Arriva la Bomba

Tomba doppio oro olimpico

I Giochi della XV Olimpiade invernale si svolgono a Calgary, capitale dell'Alberta, in Canada, e portano il marchio indelebile del nuovo fenomeno dello sci alpino, Alberto Tomba. Il 21enne Tomba è l'antitesi dell'unico altro sciatore italiano della storia in grado di reggerne il confronto, Gustavo Thoeni: figlio delle grandi montagne Thoeni, cittadino dell'appennino bolognese Tomba, schivo e pudico il grande Gustavo quanto guascone, spaccone e amante della bella vita Tomba, un modello di agilità l'alfiere della "valanga azzurra", un panzer inarrestabile il nuovo fenomeno dello sport italiano. Tomba ariva alle Olimpiadi non certo da sconosciuto, sulla scia di sette vittorie consecutive negli slalom di Coppa del Mondo, ma quello che fà nella prima manche dello slalom gigante ha pochi paragoni nella storia dello sci olimpico. Partito con il pettorale numero 1, il carabiniere di Sestola disegna curve perfette tra le porte e stacca con distacchi abissali tutti i rivali, tanto che nella seconda manche può limitarsi a correre al 90% e vincere comunque con facilità, con oltre un secondo sull'austriaco Strolz.

Più complicato lo slalom, che pure sarebbe la sua specialità migliore: dopo la prima manche è staccato di 6 decimi dal tedesco Worndl, e preceduto anche dallo svedese Nilsson. Quando scende e supera di poco il lussemburghese Frommelt, sembra che il bronzo sia il massimo ottenibile. Ma i milioni di italiani che seguono la gara in diretta, dopo che anche il festival di San Remo è stato sospeso per lasciare posto alla diretta olimpica, prima vedono lo svedese sbagliare irrimediabilmente, poi Worndl che perde centesimo dopo centesimo, fino ad arrivare al traguardo dietro all'alfiere azzurro, per soli 6 centesimi. Doppietta d'oro per Tomba, come Stenmark a Lake Placid otto anni prima. Inizia da Calgary una luminosa parabola di successi per uno degli atleti più vincenti e popolari della storia dello sport italiano, capace poi di vincere un altro oro olimpico e 2 argenti, 2 titoli mondiali, 8 coppe del mondo di specialità e una assoluta, e di far diventare grazie alle sue vittorie sport di massa lo sci.

9 secondi e 79 senza respiro

Nykanen finlandese volante

Nelle altre gare di Calgary, brilla di nuovo la stella di Katarina Witt, incantevole principessa del ghiaccio, e lascia tutti a bocca aperta il fenomeno finlandese del salto dal trampolino, Matti Nyk√§nen, che vince tutti gli ori disponibili, anche se gli ruba la scena l'inglese Eddy Edwards, "the eagle", "l'aquila", arivato in Canada con mezzi propri perchè non esiste una federazione inglese di salto dal trampolino. Edwards è ultimissimo in entrambe le gare individuali, e rischia più volte l'osso del collo, ma diventa il beniamino dei tifosi che amano la sua storia di outsider. Nello sci alpino non brillano Girardelli e Zurbriggen, ma almeno lo svizzero vince il prestigioso oro della discesa. Il francese Piccard vince il superG, riportando in Francia una medaglia d'oro che mancava dai tempi di Killy. La svizzera Vreni Schneider è la Tomba al femminile, doppietta d'oro negli slalom, l'olandese Yvonne van Gennip vince i tre titoli delle distanze lunghe del pattinaggio di velocità, mentre il 40enne Maurilio De Zolt deve arrendersi solo all'immenso Gunde Svan nella massacrante 50 km di sci di fondo, e la spedizione italiana chiude con due medaglie di bronzo insperate, nel biathlon.

Matt Biondi

Si aprono a Seul in Corea del sud il 17 settembre, e quindi molto in ritardo rispetto al solito, i Giochi della XXIV Olimpiade: la prima settimana, in cui re dei giochi è il nuoto, vede risplendere Matt Biondi, autentico motoscafo che vince 50 e 100 stile libero e tutte e tre le staffette, arrivando al bronzo nei 200 stile e sfiorando l'oro nei 100 farfalla, dove perde per un solo centesimo da Anthony Nesty del Suriname, primo atleta di colore a vincere un'olimpiade di nuoto. In campo femminile, dominio a livelli ridicoli delle atlete della DDR: Kristin Otto vince 6 dele 10 medaglie d'oro conquistate dalla sua nazionale, e quello che è incredibile è che vince 100 stile libero, dorso e farfalla, ma poi non fa i misti.. La giovane americana Janet Evans è l'unica a opporsi alle cavalcate delle valchirie, portando a casa 400 e 800 sile libero e 400 misti. Solo un bronzo per l'Italia, con Stefano Battistelli nei 400 misti.

Johnson davanti a tutti nei 100

Terminate le gare di nuoto, scende in pista l'atletica leggera, regina dei giochi, che propone subito la gara più attesa, i 100 metri. L'eroe di Los Angeles Carl Lewis non è il favorito, perchè meglio di lui di recente ha fatto il canadese di nascita giamaicana Ben Johnson: fisico da culturista, Johnson ha messo a punto una nuova tecnica di partenza, che gli ha consentito di vincere i Mondiali del 1987 e realizzare il nuovo recordo del mondo, 9 secondi e 83. Il 24 settembre, il mondo letteralmente si ferma per la sfida più attesa dei Giochi: Johnson ancora una volta si fionda fuori dai blocchi, e continua a sbranare la pista con la possenza dei suoi muscoli. Tutti si aspettano che cali e che Lewis recuperi, ma il canadese è un rullo, e fa anche in tempo a rialzarsi prima del traguardo, a guardare il solco scavato tra lui e i suoi avversari. 9 secondi e 79 centesimi il responso del tabellone, nuovo record del mondo battuto nella gara più veloce di sempre, con Lewis secondo in 9 e 92 e altri due atleti sotto il muro dei 10 secondi. Purtroppo per la credibilità del movimento, due giorni dopo la gara le analisi antidoping mostrano che Johnson ha barato: nel suo sangue viene riscontrata una sostanza anabolizzante, e dopo le controanalisi la sua squalifica è ufficiale, con Lewis che vince l'oro, con il nuovo record mondiale, visto che risulterà poi che il canadese aveva barato anche in occasione del precedente record di 9 e 83. Ben Johnson diventa il peggior antieroe nella storia dello sport olimpico. Sono Olimpiadi strane anche per Lewis: privato della gioia dell'inno nei 100 metri, perde a sorpresa i 200, battuto dalla meteora Joe DeLoach, che arriva a tre centesimi dal record mondiale di Pietro Mennea, e poi incredibilmente la staffetta veloce, per una squalifica in batteria per cambio fuori settore. Il suo unico oro pieno è quello del lungo, dove vola a 8 metri e 72.

Gelindo Bordin oro nella maratona

Nelle altre gare di atletica, abdica il re dei 400 metri ostacoli, Edwin Moses, che lascia il testimone al connazionale Andre Phillips, i keniani dominano le gare di mezzofondo veloce, vincendo 4 ori negli 800, 1.500, 3.000 siepi e 5.000. Tre medaglie per l'Italia: il bronzo di Damilano nella marcia, l'argento di un eroico Salvatore Antibo nei 10.000 e l'oro più scintillante, quello dell'ultima gara del programma, la maratona, che vede il trionfo di Gelindo Bordin. Florence Griffith In campo femminile va veloce, secondo alcuni troppo veloce, Florence Griffith-Joyner: reduce da uno strepitoso record del mondo sui 100 metri ai Trials di Indianapolis, 10 e 49, ancora oggi record del mondo, FloJo ridicolizza la compagnia dominando i 100, dove fà il record olimpico, e i 200, dove stabilisce un altro record del mondo, un fantascientifico 21 e 34, anche questo ancora imbattutto oltre 25 anni dopo. Poi fà tris nella staffetta veloce, dove lo stradominio delle americane diventa una combattutissima volata con le tedesche dell'est, e "rischia" il quarto oro nella staffetta del miglio, in cui le americane perdono di pochissimo dalle russe. Più interessata alla moda che alla vita di atleta, la fenomenale Florence si ritira alla fine del 1988 a soli 29 anni, secondo molti per evitare possibili controlli antidoping: morirà tragicamente a soli 38 anni, soffocata durante una crisi epilettica che la colse nel sonno: i suoi record irreali e il suo repentino abbandono dell'attività hanno sempre velato di un alone di dubbio la sua incredibile estate di gloria.

Negli altri sport, il tuffatore Greg Louganis bissa il doppio oro olimpico nei tuffi, entrando nella leggenda, mentre nel basket gli americani finalmente realizzano che ormai il resto del mondo non è più un territorio da colonizzare, e che non basta inviare ai Giochi un gruppo di volenterosi ragazzi dei college per vincere l'oro: la sconfitta in semifinale contro l'URSS, che poi vince l'oro, è il seme che farà germogliare la decisione di formare il "dream team" di stelle NBA per i Giochi di Barcellona. Gli Abbagnale eroi olimpici Il sovietico Vladimir Artemov e la rumena Daniela Silivas, tre ori a testa, sono re e regina della ginnastica, mentre l'Italia aggiunge 5 ori a quello di Bordin: Giovanni Parisi vince nei pesi piuma del pugilato, Stefano Cerioni continua la tradizione d'oro nella scherma, nel fioretto individuale, Vincenzo Maenza è il mini Maciste della lotta greco romana e la famiglia Abbagnale regala due ori alla spedizione azzurra, con il bis olimpico dei fratelloni Giuseppe e Carmine e la presenza del giovane Agostino nell'equipaggio del quattro di coppia, con Farina, Poli e Tizzano. 14 le medaglie totali degli azzurri nell'unica Olimpiade degli anni '80 senza boicottaggi.

Steffi Graf regina dello slam

Riesce alla 19enne Steffi Graf quello che non è riuscito in una carriera mostruosa a Martina Navratilova: la conquista del Grande Slam. La teenager tedesca è inarrestabile: batte Chris Evert in due set nella finale degli Australian open, supera la russa Zvereva 6-0, 6-0 (!!) in finale a Roland Garros, va in difficoltà a Wimbledon nella partita che vale i championships contro Martina Navratilova, ma poi si riprende e vince 6-1 al terzo set. Pure contro l'argentina Gabriela Sabatini, nell'ultimo atto degli US Open, cede il primo set ma finisce per imporsi 6-1 al terzo. Non contenta, aveva vinto anche la medaglia d'oro alle Olimpiadi, superando sempre la Sabatini con un doppio 6-3. E' l'inizio di una carriera straordinaria, che racconta di un altro Slam perso per un soffio nel 1989, quando perde solo a Parigi, e di 22 successi su 31 finali in prove di singolo del Grande Slam, più di chiunque altro nella storia moderna del tennis, seconda solo all'inarrivabile Margaret Court. Sono i numeri di una delle più grandi della storia dello sport, non solo del tennis.

In formula uno, dominio imbarazzante della McLaren Honda, con la strana coppia di nemici di scuderia Senna-Prost che sbaraglia tutti, vincendo 15 dei 16 gran premi. Il regolamento assurdo degli "scarti", per cui si tiene conto solo dei migliori 11 risultati, premia Senna, che vince 8 volte, una in più di Prost, che senza scarti avrebbe fatto 11 punti in più del brasiliano. La Lancia Delta integrale è l'equivalente della McLaren nel mondiale rally: vince 10 delle 11 prove iridate e consente al vicentino Miki Biasion di diventare campione del mondo. Nel motomondiale, classe 500, appassionante duello tra i due ultimi campioni del mondo, con Lawson che infine la spunta su Gardner. Fondriest iridato Il ventitreenne trentino Maurizio Fondriest vince il mondiale di ciclismo di Renaix, in Belgio, approfittando di una collisione tra il canadese Bauer e il belga Criquielion nella volata finale a tre: Fondriest vince, Bauer viene squalificato e Criquielion piange di rabbia con la bici distrutta in mano. La coppa campioni di basket ripete la finale dell'anno prima: Tel Aviv-Milano, e per fortuna della squadra di Franco Casalini, anche l'esito: 90-84 per McAdoo, Meneghin e soci, non in grado, però, di ripetersi in Italia, battutti dalla Scavolini Pesaro di Bianchini, che annovera tra le sue fila i pilastri della nazionale Ario Costa, Walter Magnifico e Andrea Gracis, e due fenomeni americani come Darren Daye e Darwin Cook.

A fine anno, impresa di Tony Bin, cavallo di proprietà di Luciano Gaucci, nato in Irlanda ma allevato e allenato in Italia, che grazie a una volata fantastica vince il Prix de l'arc de triomphe, resistendo al leggendario Mtoto.

A tutto calcio

Il gesto tecnico di Van Basten

Campionati europei per nazioni in Germania: in vista dei prossimi mondiali casalinghi, l'Italia ha finalmente realizzato una intelligente politica di ricambio generazionale, innestando in Nazionale maggiore i talenti dell'Under 21, che hanno dominato le competizioni di categoria negli ultimi anni. Guidati dal saggio Vicini, i vari Vialli, Mancini, Giannini, Maldini, Donadoni, giocano un calcio brioso e mostrano grande talento: pareggiano con i padroni di casa e poi battono Spagna e Danimarca. Con sole 8 squadre nella fase finale, sono subito semifinali: Italia-URSS e Germania-Olanda. La finale non sembra impossibile, ma purtroppo gli azzurri incappano in una brutta giornata e finiscono battuti 2-0 dai gol di Litovchenko e Protasov. Nell'altra semifinale, i tedeschi passano in vantaggio ma vengono rimontati dai gol di Koeman e di Marco Van Basten. "Il cigno di Utrecht", poi, decide la finale con il gol tecnicamente più bello della storia del calcio, o almeno degli Europei, una conclusione al volo di magistrale potenza e coordinazione. È il primo titolo per la nazionale "orange", che con "l'arancia meccanica" di Crujff aveva mostrato al mondo un nuovo calcio, senza riuscire però a vincere nulla.

In Italia, dopo un anno di "apprendistato" inizia l'era Berlusconi: a dirigere la squadra, il vulcanico presidente vuole Arrigo Sacchi, da cui era rimasto ammaliato le stagione precedente quando il suo Parma aveva affrontato il Milan in coppa Italia: non badando a spese sul mercato, gli regala i neo campioni d'Europa olandesi Van Basten e Gullit, e a centrocampo il fosforo di Carlo Ancelotti. Con la Juve che saluta Platini e porta in Italia l'attaccante del Liverpool Ian Rush (..) e l'Inter che si affida all'italo-belga Scifo (...), è lotta scudetto tra i rossoneri e il Napoli campione uscente, che con l'arrivo del brasiliano Careca balla sulle punte del trio Ma-Gi-Ca, Maradona - Giordano - Careca. A cinque giornate dalla fine, il Napoli sembra saldamente in testa con 4 punti di vantaggio sul Milan, ma già alla quart'ultima il distacco si dimezza, con il Napoli sconfitto dalla Juventus. Approfittando di un altro passaggio a vuoto dei partenopei, fermati sul pareggio dal Verona, il Milan arriva allo scontro diretto che decide le sorti del campionato a meno uno: al San Paolo, una doppietta di Virdis e un gol di Van Basten regalano il sorpasso alla squadra di Sacchi, che mantiene il vantaggio fino alla conquista dello scudetto, che mancava da ben 9 anni e che, nonostante i futuri numerosi successi internazionali, sarebbe rimasto l'unico della gestione Sacchi.

Il PSV campione d'Europa

L'anno d'oro del calcio olandese è completato dalla vittoria in coppa dei campioni del PSV Eindhoven, la squadra della Philips: in una delle partite più noiose che abbiano mai deciso una finale europea, la squadra di Hiddink si impone ai rigori sul Benfica. Chi di rigore ferisce, però.. a dicembre, in coppa intercontinentale, gli olandesi si arrendono dai tiri dal dischetto agli uruguaiani del Nacional Montevideo. Non riesce all'Olanda l'accoppiata coppa campioni-coppa delle coppe, perchè l'Ajax si arrende in finale ai sorprendenti belgi del Malines. Grande il torneo dell'Atalanta di Mondonico, che con i gol del bomber Cantarutti era stata eliminata proprio dai belgi solo in semifinale. La coppa Uefa va in Germania, a Leverkusen: nella finale di ritorno in casa, i tedeschi del bomber coreano Cha Bum-Kun pareggiano lo 0-3 subito dall'Espanyol all'andata e poi vincono ai rigori.

Beasant e la Crazy Gang

Beasant e compagni del Wimbledon

Nella finale di FA Cup a Wembley si affrontano la tradizione e la spocchia di una delle regine del calcio inglese, il Liverpool, e la novità e il folklore degli ultimi arrivati, il Wimbledon. I Reds hanno dominato il campionato, vincendolo con 9 lunghezze sulla seconda in un'era in cui la vittoria vale ancora solo 2 punti e cercano la seconda doppietta Premier-Fa Cup in 3 anni, i blu del quartiere di Londra certo più famoso per il tennis sono gli ultimi arrivati nel calcio che conta, reduci dal secondo campionato in Premier. Sono la "Crazy Gang", quelli che giocano il calcio "old school", palla lunga e pedalare, che fanno un'icona del roccioso Vinnie Jones, futuro interprete di film d'azione e che insieme a 12 espulsioni in carriera si fa ricordare per una memorabile strizzata di gioielli di famiglia a Gascoigne, che hanno l'ottimo Dennis Wise, futura colonna del Chelsea, ma anche lui carattere da frequentatore di risse da pub, che hanno in attacco John Fashanu, che diventerà beniamino della Gialappa's band non per i suoi pochi gol, ma per gli incredibili errori sotto porta. Di loro Gary Lineker, già diventato commentatore, dirà: "Il Wimbledon si può guardare solo sul televideo." La Crazy Gang dei memorabili scherzi negli spogliatoi (anche agli avversari, accolti a volte anche con gavettoni), del gioco intimidatorio in campo e della totale mancanza di etichetta nell'abbigliamento fuori campo si riconosce già dal capitano, il portiere, il lungagnone e riccioluto Dave Beasant, detto "Lurch", che passa alla storia per l'episodio che decide la partita: con il Wimbledon a sorpresa in vantaggio grazie a una zuccata sugli sviluppi di un calcio d'angolo, a mezz'ora dalla fine il portierone para un rigore tirato da Aldridge, il costoso ultimo acquisto dei Reds. È il primo rigore parato nella storia della finale della Coppa più importante del calcio inglese, e sarà la prima volta che il capitano della squadra vincitrice è il portiere: ma nonostante il loro spirito da giullari, Beasant si tratterà dal fare quello che aveva promesso ai suoi compagni, chiedere il numero di telefono alla graziosa principessa Diana che gli porge la coppa..

Pianeta USA

Palla alta in campo destro.. ed e' andata!

Kirk Gibson celebra il fuoricampo

La American League assiste al dominio dei "bash brothers" di Oakland, Jose Canseco, primo giocatore nella storia con 40 fuoricampo e 40 basi rubate in una sola stagione, MVP con voto unanime, e Mark McGwire, che poi frantumerà il muro dei 70 fuoricampo in una stagione: come si scoprirà poi, tutti numeri gonfiati dal doping. Per quest'anno, nessuno dice niente, e grazie anche ai lanciatori partenti Dave Stewart e Bob Welch, e alle prestazioni da closer di Dennis Eckersley, che ottiene 45 salvezze, Oakland vince 104 partite in stagione regolare e poi supera nella finale dell'American league per 4 a 0 Boston, che pure ha un grande roster con Wade Boggs, Jim Rice e Roger Clemens. Avversari degli A's nelle world series sono i Los Angeles Dodgers, assoluta sorpresa, non considerati da nessuno nelle previsioni di prestagione. Ma i Dodgers di Tommy Lasorda beneficiano delle stagioni stellari di Kirk Gibson, MVP della Lega grazie a 25 fuoricampo, 31 basi rubate e 106 punti segnati, e di Orel Hershiser, vincitore del Cy Young sulla scorta di 23 vittorie, 15 partite in cui non concede neanche un punto agli avversari e una striscia record di 59 inning consecutivi in cui non subisce un punto. Nella tiratissima finale della National league contro i Mets, Hershiser è decisivo in gara 4, che vince subentrando dalla panchina, e in gara 7, in cui lascia a zero l'attacco avversario in un clamoroso shutout. Da parte sua, Gibson contribuisce con un fuoricampo che decide gara 4 al dodicesimo inning e con un altro fuoricampo da tre punti che è la differenza nel 7-4 di gara 5.

Ma niente supera in pathos quello che fà Gibson in gara 1 delle world series: nella parte bassa del nono inning, con i Dodgers sotto 4-3, due eliminati e un uomo in base, Gibson, che non ha giocato per un infortunio subito nella finale di lega, va in campo come pinch hitter per affrontare il mortifero closer di Oakland, Eckersley. Con il conto pieno, Gibson gira il settimo lancio di Eck, e con la sola forza della parte superiore del corpo, sbatte la palla fuori campo, per uno degli homerun più famosi nella storia del gioco, anche per la celebrazione con cui il giocatore dei Dodgers festeggia mentre gira le basi zoppicando vistosamente. "In un anno che è stato cosí improbabile, è accaduto l'impossibile", la frase con cui il mitico telecronista dei Dodgers, Vin Scully, commenta il fuoricampo. Per una delle leggi non scritte dello sport, sulle ali della vittoria i Dodgers diventano imbattibili, grazie anche all'MVP delle finali Hershiser che lancia uno shutout in gara 2 e poi vince la decisiva gara 5 concedendo solo 4 valide al potente lineup di Oakland. Los Angeles vince il suo secondo titolo, unica squadra a ripetersi negli anni '80, dominati dal livellamento delle squadre.

THE FUMBLE

Byner e il fumble decisivo

Uno sciopero dei giocatori dopo la seconda settimana cancella la terza giornata, e dalla quarta alla sesta i proprietari si affidano a squadre di riserve, perlopiù ex giocatori della CFL o della USFL, per mandare avanti la stagione. Pubblico e critica, come si suol dire, non apprezzano, e finalmente dalla settima si torna con i titolari. Stagione di addio per Walter Payton, uno dei più grandi running back di sempre, e per i St.Louis Cardinals, che a fine stagione si trasferiscono in Arizona, per diventare i Phoenix Cardinals. Sul campo, molto equilibrio nella AFC, con nessuna squadra che fà meglio di 10 vittorie, mentre nella NFC spiccano le stagioni di San Francisco (13 vittorie) e Chicago (11). Ma i favoriti 49Ers e Bears perdono i divisional playoffs in casa contro Minnesota e Washington, con i Redskins che superano i Vikings per la vittoria della conference. Nella AFC, si trovano in finale ancora Denver e Cleveland, stavolta in Colorado: i Broncos partono forte, ma i Browns, guidati da un inspirato Bernie Kosar, rimontano e rendono avvincente il finale di partita: sotto 38-31 a pochi minuti dalla fine, si affacciano con un gran drive sulle 8 yards dei Broncos, quando la palla finisce al running back Earnest Byner. Byner supera la linea di scrimmage e sembra lanciato verso il touchdown, ma all'ultimo secondo il defensive back di Denver Jeremiah Castille gli fà scivolare il pallone: è fumble, anzi "THE FUMBLE", l'ennesimo capitolo della storia delle miserie sportive della città di Cleveland. Recuperata la palla, i Broncos bruciano il tempo rimasto, arrivando a dare una safety intenzionale ai Browns. Finisce quindi 38-33.

Nel Superbowl di San Diego, Denver scatta di nuovo forte, chiudendo il primo quarto in vantaggio 10-0. Poi, sui Broncos si abbatte una specie di giudizio universale: nel secondo quarto, i Redskins, guidati dal primo quarterback di colore che abbia giocato un Superbowl, Doug Williams, segnano 5 mete, a cui ne aggiungono una a inizio ultimo quarto. Finisce 42-10, con Washington che stabilisce vari record offensivi, tra cui 602 yards di total offense. Williams è l'MVP della partita, John Elway rimanda ancora l'appuntamento con la gloria.

Lakers back to back e il volo di Jordan

Isiah Thomas e Magic Johnson

Anno chiave nella storia della NBA, in cui con un anno di anticipo sulla fine del decennio si chiude un'era, quella di Bird e Magic, dei Lakers e dei Celtics, e se ne apre un'altra, quella che vedrà protagonisti i "bad boys" dei Detroit Pistons e poi, soprattutto, Michael Jeffrey Jordan. Ma per un'ultima stagione, la vecchia guardia regge, almeno a Ovest: i Lakers vincono la stagione regolare e poi eliminano in sole tre gare San Antonio, ma dal secondo turno iniziano a faticare. Battono Utah in 7 gare, con la decisiva gara 5 decisa negli ultimi secondi da un canestro di Michael Cooper, poi superano Dallas nella finale di conference, di nuovo in 7 gare tiratissime, sfruttando sempre il vantaggio del fattore campo. A Est, i Celtics si garantiscono il numero uno del tabellone, ma non gli basta per raggiungere le finali: Bird e soci si arrendono ai nuovi fenomeni dell'Est, i Detroit Pistons di coach Chuck Daly, i "bad boys" della migliore coppia di guardie della NBA, Isiah Thomas e Joe Dumars, del realizzatore Adrian Dantley, di Vinnie "the microwave" Johnson, che porta tanti punti dalla panchina, dei muscoli e dei gomiti di Bill Laimbeer, John Salley e del fenomeno Dennis "the worm" Rodman, il miglior rimbalzista della Lega. Prima di giungere in finale e battere i Celtics 4-2, i Pistons avevano eliminato i Bulls, con Michael Jordan che non riesce ancora a portare la squadra ai suoi livelli, ma che ha una stagione storica.

Jordan dalla linea del tiro libero

Jordan è il primo e unico nella storia a vincere nella stessa stagione la classifica dei marcatori, il titolo di difensore dell'anno e l'MVP della stagione. A tutto questo, aggiunge l'MVP dell'all star game, e il titolo della gara delle schiacciate nello stesso weekend. Nella gara delle schiacciate più famosa della storia, Jordan supera l'altro fenomeno del volo sopra l'anello, Dominique Wilkins, con la schiacciata decisiva che diventa spot iconico della sua carriera, il volo dalla linea del tiro libero in cui sembra davvero continuare a salire, invece che riscendere al suolo. Per i titoli di squadra, mancano ancora alcuni tasselli, ma quello più importante, Scottie Pippen, ha appena finito la sua prima stagione di "apprendistato" nei Bulls.

Lakers contro Pistons, dunque: Magic contro Thomas, amici per la pelle prima di gara 1, molto meno dopo la sirena finale di gara 7: la serie è molto fisica, e i Lakers non sembrano averne, stanchi dopo i due turni di playoff precedenti. La formula delle finali 2-3-2 (due in casa dei Lakers, tre a Detroit, le ultime due al Forum) finisce per favorire i Pistons, che giocano le gare in casa nel mastodontico Pontia Silverdomne e guadagnano un vantaggio di 3 gare a 2 nella serie. Nella decisiva gara 6, Thomas si infortuna alla caviglia destra, ma letteralmente zoppicando per il campo mette in scena un terzo quarto da leggenda, 25 punti su un piede solo. A un minuto dal termine, Detroit è avanti di tre punti, ma prima un canestro di Byron Scott, poi un errore al tiro di Thomas a cui seguono du tiri liberi realizzati da Jabbar a seguito di quello che a molti non sembra un fallo di Laimbeer, consentono il sorpasso ai Lakers. Nell'ultimo possesso dei Pistons, tiro sbagliato di Dumars, a cui segue un rimbalzo decisivo di Scott e uno spintone assestatogli da Rodman, che per poco innesca una rissa. Scampata la pallottola, in gara 7 i Lakers cavalcano la tripla doppia di James Worthy, 36 punti, 11 rimbalzi e 10 assist che gli varranno il titolo di MVP delle finali, ma anche senza Thomas, visibilmente limitato dall'infortunio, i Pistons rimontano nell'ultimo quarto da meno 15 a meno 1, poi fino al 108-105. Sul passaggio finale della disperazione di Laimbeer, Thomas scivola e non riesce a provare l'ultima preghiera: finisce come Pat Riley aveva promesso a inizio stagione, con il primo "back to back" dai tempi dei Celtics del 1969. Ma per i Pistons, la gloria sarebbe arrivata a breve.

Il marzo perfetto di Danny Manning

Tensione prima del match tra Notre Dame e Miami

La stagione del college football ruota intorno a una sola partita: il 15 ottobre, a South Bend, sul campo di Notre Dame, i Fighting irish affrontano i Miami Hurricanes, campioni in carica e reduci da una striscia vincente in stagione regolare di 36 partite. È l'atto più importante della rivalità del decennio, l'ennesimo capitolo della lotta "cattolici contro galeotti": gli animi si scaldano sin dall'uscita delle squadre dal tunnel degli spogliatoi, poi in campo è una guerra punto a punto. Con Notre Dame avanti 31-24 con 45 secondi da giocare, Miami segna un touchdown che la porta a un solo punto di distanza. Invece di scegliere il punto addizionale e andare per un pareggio che li lascerebbe comunque al numero 1, il coach di Miami Jimmy Johnson segnala al quarterback Steve Walsh che vuole la conversione da 2 punti. Il passaggio di Walsh viene deviato, e Notre Dame finisce per vincere 31-30. La sconfitta segna la stgione di Miami, perchè pur essendo l'unica della stagione costerà agli Hurricanes la possibilità di giocare per il titolo. Notre Dame, infatti, da numero 1 dei rankings, preferisce giocare nel Fiesta bowl contro l'altra imbattuta, West Virginia, ed evitare la trasferta a Miami per l'Orange bowl. Sfidandosi le due imbattute, chi decide le classifiche di fine anno ha gioco facile a dichiarare che sarà la partita di Tempe a proclamare il campione nazionale. Notre Dame vince nettamente, ma mai quanto Miami, che annienta la numero 6 Nebraska: la decisione di Johnson costa il titolo agli Hurricanes. L'Heisman trophy va al running back di Oklahoma state Barry Sanders, che frantuma vari record di corse.

Danny Manning guida Kansas

Il Torneo del basket celebra in cinquantenario e lo straordinario mese di Danny Manning, che guida Kansas di coach Larry Brown a un titolo insperato. Alle Final four di Kansas city, quindi a poche miglia dal campus di Kansas, arrivano due numero uno dei rispettivi regional, Arizona e Oklahoma, una numero due, Duke, e appunto Kansas, 11 sconfitte nella stagione regolare e solo numero 6 del suo regional, fortunata a non aver incontrato nessuna delle prime tre teste di serie del suo tabellone, eliminate dalle squadre che poi avrebbero perso contro i Jayhawks. Nella considerazione generale, la semifinale tra Arizona e Oklahoma è la finale anticipata del Torneo: i Wildcats di coach Lute Olson hanno vinto le quattro partite del regional con una media di scarto di 29 punti, i Sooners di Billy Tubbs con una media di 22. Nelle fila di Arizona, 35 vittorie e 2 sconfitte prima della semifinale nazionale, giocano futuri protagonisti della NBA come Sean Elliott, Steve Kerr, Tom Tolbert, e anche della MLB, il futuro esterno dei Cleveland Indians Kenny Lofton. Tra i giocatori di Oklahoma, 34 vittorie e 3 sconfitte, spiccano Stacey King, Mookie Blaylock e Harvey Grant. La partita, giocata a grandi ritmi e con l'uso frequente del tiro da tre punti, si decide nel primo tempo, chiuso in vantaggio da Oklahoma 39-27. La rimonta di Arizona nel secondo tempo è vanificata dalla serataccia al tiro di Steve Kerr, autore di un misero 2 su 13, Oklahoma vince 86-78.

Nell'altra semifinale, Manning guida Kansas con 25 punti e 10 rimbalzi, e trova un valido aiuto in Milt Newton, autore di 20 punti. La battaglia tattica tra i due coach viene vinta da Larry Brown, Mike Krzyzewski deve rinviare l'appuntamento con il primo titolo nazionale agli anni '90. La finale è tra due squadre della stessa conference, la Big 8, Oklahoma ha vinto entrambi gli scontri di stagione regolare e secondo molti non mancherà la terza vittoria. La partita è tiratissima nel primo tempo, chiuso sul 50 pari, e rallenta per forza di cose nel secondo: Manning si erge di nuovo a eroe della serata, aggiungendo 18 rimbalzi a 3i punti, e Kansas realizza l'upset, la grande sorpresa, vincendo 83-79. Sarà il punto più alto della carriera di Danny Manning, talento straordinario che per problemi fisici non riuscirà mai ad esprimersi ad alto livelo nella NBA.

Altri sport

Dennis Conner respinge i neozelandesi

Altro anno senza triplice corona del galoppo: Risen star perde il Kentucky derby per mano della femmina Winning colors, la terza nella storia a battere tutti i maschi nella prova più importante del galoppo americano, e quindi a nulla gli serve vincere Belmont e Preakness. L'America's cup si copre di ridicolo per colpa del neozelandese Michael Fay: impugnando il regolamento originale della competizione e fregandosene degli altri consorzi che avrebbero affrontato i detentori americani solo nel 1991, si appella alla Corte suprema dello stato di New York e obbliga Dennis Conner a scendere in acqua. Secondo Fay, le imbarcazioni dovrebbero essere monoscafi con una linea di galleggiamento non più lunga di 90 piedi, Conner legge tra le pieghe del regolamento e si presenta invece con un agile catamarano di 60 piedi, che ridicolizza in velocità il mastodonte di 135 piedi neozelandese. Dopo che un'altra sentenza stabilisce che Conner non ha infranto alcuna regola, si chiude questa penosa parentesi piena di carte bollate e la vera Coppa tornerà nel 1992, quando l'Italia si appassionerà alle imprese de Il moro di Venezia.

Macho Man e Miss Elizabeth

Nella NHL, quarta Stanley cup in cinque anni per gli Edmonton Oilers, che pur non avendo il miglior record della stagione regolare, spazzano via tutti nei playoffs, perdendo solo 2 gare nella loro cavalcata, e pareggiandone una, perchè per un blackout viene rigiocata gara 4 della finale contro i Boston Bruins. Gretzky rivince l'MVP, sulla scorta di nuovi record nei playoffs, ma poi è al centro di una clamorosa operazione di mercato che lo porta a Los Angeles, ceduto per ripianare i debiti delle imprese commerciali del proprietario degli Oilers, scatenando un'autentica sollevazione popolare dei canadesi che si vedono sottrarre il proprio beniamino. Si arriverà a interrogazioni parlamentari sulla cessione, ma alla fine con gli oltre 15 milioni di dollari ricevuti a conguaglio, Edmonton riuscirà a costruire una squadra in grado di rivincere la coppa nel 1989.

Nella quarta edizione di Wrestlemania, "Macho man" Randy Savage vince il torneo ad eliminazione diretta per il titolo vacante di campione del mondo WWF. Nella finale contro Ted DiBiase, è aiutato dall'interferenza di Hulk Hogan, con cui forma il duo "Mega powers". Debutta in pay per view il nuovo fenomeno Ultimate warrior.

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